Un pallone giallo, una pedana e una ragazza che danza. È così che Sofia Raffaeli, al Mondiale brasiliano di ginnastica ritmica, ha regalato al pubblico un esercizio da antologia, trasformando la palla in estensione naturale del suo corpo. La sequenza è da brividi: la sfera incastrata tra tallone e collo del piede, lanci vertiginosi, capriole mozzafiato e controlli impossibili, fino a un finale in cui, distesa a terra, la blocca tra le caviglie con una naturalezza disarmante. Un numero da fuoriclasse che le è valso il bronzo, a completamento di una giornata già trionfale con l’oro conquistato al cerchio.
La sua palla era gialla, come la maglia della Seleção. Un simbolo che richiama il Brasile del calcio e della bellezza perduta, quella che il Mondiale 2014 aveva illuso e tradito. Questa volta, però, la magia è arrivata da una ragazza marchigiana, capace di far innamorare il pubblico di un gesto tecnico elevato ad arte.
Quasi in contemporanea, a migliaia di chilometri di distanza, un altro talento coetaneo di Sofia si prendeva la scena. Nico Paz, classe 2004, ha incantato con una giocata che sembrava rubata alla ginnastica ritmica: una piroetta elegante per liberarsi della marcatura e un assist calibrato al millimetro per il suo centravanti. Un tocco in più e il pallone sarebbe sfuggito, uno in meno e i difensori avrebbero chiuso: equilibrio perfetto, come la traiettoria delle palle lanciate da Sofia.
La prima giornata di campionato ha portato con sé momenti che hanno celebrato la bellezza del gioco: la rovesciata acrobatica di Bonazzoli, la precisione chirurgica di De Bruyne, la forza dinamica di Yildiz. Ognuno con la propria interpretazione, ma tutti accomunati da un unico filo conduttore: l’estetica che rende lo sport un linguaggio universale.
Perché alla fine, che sia una palla gialla su una pedana o un pallone d’erba su un campo da calcio, la bellezza resta la sola misura che conta. Non è un caso se il mondo, come ricordava qualcuno, è stato creato a forma di palla.